Nel linguaggio comune viene sottilmente operata una sorta di mistificazione protettiva nei confronti della morte, che finisce per creare una cultura della privatizzazione, talvolta fino alla negazione, del dolore che segue la perdita. Basti pensare ai termini che siamo soliti utilizzare per fare riferimento alla morte di qualcuno, che alimentano una buona dose di confusività e di non definitività dell’evento, “si è spento”, “è volato via”, “ci ha lasciato”, “è passato a miglior vita”, “si è addormentato”. Spesso bambini e adolescenti, che avrebbero bisogno di essere educati alle separazioni e agli abbandoni, non riescono ad esprimere il lutto proprio perché non trovano negli adulti che li circondano, e neanche nella società stessa, un supporto psicologico ed educativo adeguato per decifrare ed affrontare la morte o un modello di espressione fiduciosa e legittimata delle proprie emozioni.
La morte è sicuramente un argomento difficile e misterioso, ma non possiamo far diventare questa evidenza un alibi che riduca progressivamente la morte ad un tabù, anche perché si tratta di un’esperienza che tutti, prima o poi, saremo chiamati ad affrontare. Facciamo fatica a considerare la morte come parte della vita, come evento che può capitare nelle nostre esistenze in modo inatteso, improvviso o naturale. Il più delle volte viviamo come se fossimo immortali o come se lo fossero tutti coloro che ci vivono accanto. L’esperienza dirompente dei lutti ripetuti, vissuti dentro il blindaggio dell’isolamento sociale, durante la pandemia da covid 19 ha rivelato la vulnerabilità della nostra esistenza e ha impresso traumaticamente nella collettività un senso di sospesa incertezza i cui strascichi tuttora sussistono.
Quando muore un familiare, un amico o un conoscente a cui ci sentiamo particolarmente legati solitamente ci sembra di non sapere come reagire, come spiegare alle persone di cui ci prendiamo cura, ad esempio i bambini, cosa e come è successo e cosa fare per continuare a vivere. Ciò che è certo riguarda l’impossibilità di evitare la sofferenza, se non con metodi patologici, che segnalano la difficoltà dell’individuo di superare e integrare nella propria storia una perdita vissuta come minacciosa per l’identità, quali il rifiuto del dolore, oppure la fissazione in una condizione di dolore perenne, piuttosto che la preoccupazione eccessiva per la salute o l’assunzione di comportamenti a rischio.
Il lutto da sempre è stato accompagnato da una ritualità, familiare e collettiva, religiosa e non, legata alla cultura di appartenenza, che purtroppo si sta progressivamente rarefacendo, e che passa attraverso varie forme di commiato, quali i necrologi, le condoglianze, il funerale, il poter veder e toccare il corpo della persona defunta. La partecipazione condivisa ai riti suggella il distacco e facilita l’avvio del processo di elaborazione, restituendo un ruolo attivo a chi resta e deve compiere una delle prove più difficili della vita.
Non esiste una norma che indichi in modo specifico i “corretti” tempi di durata del lutto, gli individui hanno risorse, modi di reazione soggettivi e tempi diversi di adattamento. Tendenzialmente nelle persone colpite da un lutto significativo avviene un’oscillazione continua fra due prospettive polarizzate, quella di viversi il dolore della perdita e quella di allontanarsi da esso per far fronte alle necessità della vita quotidiana. In una prima fase avrà centralità il concentrarsi sulla perdita, progressivamente prenderà il sopravvento la ricerca di un nuovo equilibrio, il segnale di rischio è dato da una sorta di fissità psicologica a seguito dell’evento luttuoso su un orientamento o l’altro. La traiettoria del processo di adattamento alla perdita si direziona verso una rinnovata possibilità di considerare il futuro come obiettivo progettuale, nonostante l’assenza della persona amata, che da un lato ci rimarca l’imprevedibilità del nostro esistere ma dall’altro ci ricorda quell’eredità affettiva che abbiamo ricevuto.
“Quando ti viene nostalgia non è mancanza , è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un po’ di compagnia.”
“Allora don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza?”
“Giusto, così ad ogni mancanza dai il benvenuto e le fai un’accoglienza”.