Un’imperante sfiducia verso il futuro, una persistenza di angosce trasversali a molteplici livelli dell’esistenza e un massiccio senso di impotenza, diffusi oggi fra larga parte della popolazione, testimoniano gli esiti di questi due anni e mezzo di pandemia e di un presente tuttora ammantato di atmosfere cupe e imprevedibili, date dalla nuova emergenza in corso, quella della guerra in Ucraina, in una terra così prossima alla nostra, che suscita in modo vivido il terrore che possa espandersi e degenerare con l’utilizzo del nucleare e a cui si collega un orizzonte catastrofico, dato dalla crisi energetica e dalla corsa all’inflazione, sempre più evidente dentro la nostra quotidianità.
Il termine “emergenza” starebbe ad indicare una finestra temporale nella quale è sovvertito l’ordine naturale delle cose, in risposta ad una condizione di minaccia grave e incombente, a cui è necessario far fronte con tempestività e seguendo un eccezionale pattern di regole, anche se le informazioni a disposizione non risultano sempre chiare. I confini dell’emergenza però sono labili, in quanto strettamente legati alla percezione soggettiva dell’individuo, pertanto gli aloni di questi fenomeni dirompenti e protratti possono riverberare per molto tempo e produrre tracce indelebili nel mondo interno delle persone e nei tessuti relazionali.
Nell’era delle tecnologie digitali, contraddistinte da facilità di accesso e velocità di diffusione delle informazioni, queste emergenze diventano terreno fertile su cui riversare, nella cornice dei social media, un immane fiume di informazioni, che spesso finisce per essere irresistibilmente rilanciato e condiviso, al di là della verifica della veridicità di esse, fino a influenzare l’opinione pubblica.
Un nuovo fenomeno pervasivo, di grande impatto sociale e di difficile controllo sta prendendo piede, la cosiddetta infodemia, ovvero un diffondersi rapido e capillare di notizie non necessariamente veritiere, su un tema sensibile per l’opinione pubblica, che rendono sempre più difficile orientarsi dentro un orizzonte informativo massivamente caotico e che generano il rischio di un’acritica accettazione. I capisaldi dell’infodemia sono rappresentati dalla comunicazione allarmistica, dalle narrazioni giornalistiche contraddittorie e spettacolarizzanti, dalla diffusione delle fake news e dal fenomeno del clickbaiting.
Bisogna tenere presente che è la percezione del rischio, che in larga parte si fonda sulle informazioni ricevute dai media, e non il rischio di per sé a guidare il comportamento degli individui e che è il paleoencefalo, il nostro cervello più arcaico, a guidare le nostre scelte, anche quelle che riteniamo più razionali. Inoltre il concetto di finestra di tolleranza, quella zona entro la quale l’individuo può elaborare i diversi livelli di attivazione, emotiva e neurofisiologica, senza intaccare il funzionamento globale, ci insegna che è fondamentale modulare il livello di esposizione a quelle fonti di attivazione che ci possiamo risparmiare perchè tale sovraccarico potrebbe provocare una disregolazione emotiva e finire progressivamente per ingolfare la gestione degli altri livelli della nostra vita a cui non ci possiamo sottrarre.
Alcune ricerche hanno dimostrato che esporsi cumulativamente a notizie, racconti, descrizioni, veri, parzialmente veri o falsi, di un evento stressante, e ultimamente ce ne è stato un vero susseguirsi senza soluzione di continuità, aumenta il rischio di compromettere la propria salute mentale, in termini di alterazioni dei normali ritmi quotidiani e sovraccarico emotivo con possibili esiti psicopatologici post traumatici.
Quella di ricercare compulsivamente notizie e aggiornamenti sugli eventi drammatici in corso, il cosiddetto doomscrolling, è una strategia disadattiva che avrebbe l’intenzione di partenza di riuscire ad ampliare le proprie prospettive, trovare un senso all’esperienza e raggiungere un maggiore controllo, ma di fatto contribuisce a tessere una trappola in cui ha luogo una vera esacerbazione degli stati di angoscia dentro una cornice di ulteriore destabilizzazione e disorientamento.
La conoscenza non è quindi accumulare una mole crescente di informazioni, ma passa attraverso la possibilità di processare esse in un contesto spazio temporale più ampio e con un atteggiamento di base contraddistinto da una mente aperta che utilizza il pensiero critico come strumento al servizio di essa, volto a comprendere una realtà che è per sua natura complessa e contraddittoria.
“L’abuso di informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla”.
C. Bene