Lo sguardo verso gli adolescenti di oggi deve tener conto dei passaggi epocali che hanno avuto luogo nella nostra società e che hanno impresso cambiamenti sostanziali nella rappresentazione del sé, nello stile educativo all’interno dei sistemi di appartenenza e nei compiti evolutivi a cui l’adolescente stesso è chiamato.

L’epoca del post-narcisismo e l’adolescenza iperconnessa

Oggi le nuove generazioni sono esposte ad un bagno di modelli di identificazione pervasivi, in cui il potere orientativo e di formazione della famiglia e della scuola a cui eravamo abituati un tempo appare annacquato e frammisto a una nuova complessità di possibili riferimenti e interlocutori nell’onlife, ovvero quel neologismo coniato dal filosofo Luciano Floridi che descrive l’esperienza costante che viviamo tutti noi di stare dentro un mondo iperconnesso dove non esiste più un confine netto fra ciò che avviene nel reale e ciò che ha luogo nel virtuale.

Nell’epoca dell’autorità, la famiglia era principalmente il mezzo per far transitare i valori utili per la crescita dell’individuo, i bambini erano tendenzialmente rappresentati come tutti uguali, delle tabule rase, da formare e da normare per mano del genitore, il detentore del sapere, pertanto la crescita in adolescenza era una sorta di opposizione e trasgressione al volere e ai valori degli adulti, con conseguente senso di colpa con cui fare i conti nel corso della vita futura.

Nel tempo poi la famiglia è diventata sempre più affettiva e relazionale, con un progressivo protagonismo del figlio, “il cucciolo d’oro”, rappresentato come unico e intenzionale. Se nell’epoca precedente lo sguardo dell’adulto si posava sul figlio esclusivamente per segnalare sanzioni e rimproveri, qui invece è diventato focalizzato e costante, volto a una progressiva proposta di precocizzazione delle esperienze, in particolare della pubertà psichica su quella fisica e di una sorta di sollevazione assoluta dall’esperienza della solitudine, della noia e del dolore e dal contatto con emozioni negative, quali paura, rabbia e tristezza, per di più dentro una cornice generale intrisa di ideali di performance, successo e popolarità. Già nel corso dell’infanzia gli adulti si muovono con i propri figli secondo l’imperativo di avere tanti amici, di intessere relazioni sociali dentro i vari contesti di riferimento, di proporre loro esperienze formativo culturali come se avessero agende di lavoro, in una accelerazione di esperienze, dentro il loro occhio di controllo anche a distanza, nessuna sperimentazione in autonomia, nessuna esperienza non presidiata da loro.

Il mandato paradossale e il rischio di vuoto identitario

Secondo lo psicoterapeuta Matteo Lancini oggi ci troviamo nella cosiddetta epoca del post narcisismo, esemplificata dal mandato paradossale del “sii te stesso a modo mio”, che a suo avviso connota l’essenza della relazione genitore-figlio. Lancini intravede, in quell’apparente ascolto promosso e dedicato, nel desiderio di vicinanza e complicità e nello slogan diffuso della profondità del legame che oltrepassa la distanza fisica dei corpi imperante nelle relazioni di oggi, il rischio di una effettiva mera tendenziale ricerca di conferme di adeguatezza al proprio ruolo genitoriale da parte degli adulti, più che di una autentica disponibilità all’ascolto. In questa cornice di fragilità degli adulti il figlio adolescente potrebbe non riuscire ad esprimere la sua autenticità, perché si trova in un vuoto identitario conseguente a quella traiettoria di crescita di falsa libertà, più legata all’invadenza degli adulti nella mente dei giovani e al loro conformarsi alle aspettative dei genitori, piuttosto che alla ricerca della sua voce interna e in un’assenza di prospettive future. Pertanto gli adulti dovrebbero provare a sintonizzarsi sui bisogni reali dei ragazzi facendo quelle domande scomode che potrebbero aprire il varco a quel dolore che non aveva trovato possibilità di essere raccolto senza che sentissero vacillare la loro funzione genitoriale e che spesso trova vie mute di espressione, quali il ritiro sociale, l’ansia diffusa, i tagli autolesionistici, i disturbi del comportamento alimentare, il suicidio. Amare i nostri adolescenti per quello che sono, senza sottilmente chiedere loro di essere ricettivi rispetto alle nostre esigenze affettive, e cercare di conoscere il loro mondo affettivo più di quanto loro finiscono per conoscere il nostro.

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