La nostra vita è intrisa di stati di attivazione che mutano per intensità e durata in relazione agli eventi che ci capitano, al grado di coinvolgimento in essi e alla soglia di reazione soggettivamente costruita a partire dal nostro temperamento di base e a seguito del bagaglio delle esperienze accumulate. Potremmo dire che uno stato di attivazione fisiologico, emotivo e cognitivo può essere appropriato e utile se svolge la funzione di miglioramento della performance, di protezione rispetto a dei rischi possibili o di mantenimento di uno stato di allerta di fronte ad un pericolo reale. Qualora l’intensità e la permanenza di questa attivazione risulti persistente e totalizzante significa che questa attivazione, che chiamiamo a questo punto ansia, è diventata prevalentemente un’interferenza, che può condurre al rischio di un autosabotaggio e quindi alla compromissione della qualità della vita della persona e del suo mondo relazionale.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i disturbi d’ansia sono la malattia mentale più diffusa al mondo, negli ultimi anni anche la fascia degli adolescenti ne è stata pesantemente colpita. La nostra presunta società del benessere, dove, almeno in alcune zone del mondo, sono aumentate l’aspettativa di vita, la ricchezza materiale e la dotazione di sofisticati strumenti tecnologici, atti a offrirci uno stile di vita con numerosi agi e comode semplificazioni, è diventata sempre più competitiva ed esigente, con ritmi lavorativi frenetici, standard psicosociali sempre più elevati e sfide quotidiane pressanti. Il presente è un incalzare inesorabile di richieste da rispettare e aspettative irraggiungibili a cui non potersi sottrarre, il futuro uno scenario costellato di incertezze e oscuri presagi di precarietà e malessere. Gli individui pertanto navigano dentro un sovraccarico di stimoli, un vero flusso stressogeno, alimentato dai vari contesti di appartenenza, anche quelli che in teoria sarebbero deputati a sortire effetti benefici, come quello del lavoro, della vita privata o persino del tempo libero, a cui spesso sono chiamati a trovare un adattamento impossibile, pertanto la condizione di ansia finisce per permeare la quotidianità e logorarla progressivamente.
Ad aggravare lo scenario poi c’è un diffuso uso improprio e autogestito dei farmaci ansiolitici, infatti troppo spesso emerge una pericolosa tendenza all’abuso e ad un utilizzo scarsamente consapevole di essi, senza la supervisione di uno specialista, con rischi per la salute e di una cronicizzazione del disturbo stesso. Ad esempio assumere benzodiazepine ogni volta che si deve far fronte a una situazione temuta o alla prima lieve sensazione o sintomo di ansia diventa una vera e propria forma di evitamento, che consente illusoriamente di superare l’impasse del momento, ma finisce per instillare quel senso di non efficacia e inadeguatezza, che concorrono al mantenimento della sintomatologia stessa.
I quadri ansiosi sono caratterizzati da una varietà sintomatologica che si manifesta su molteplici piani, sul versante strettamente fisico, in alcuni casi al punto da rendere plausibile nella persona l’ipotesi di soffrire di una malattia di origine strettamente organica, su quello psicologico, nella misura in cui l’individuo è pervaso da senso di minaccia, timore di non farcela, perdita del senso della realtà esterna ed interna, su quello cognitivo, con ruminazioni ossessive e pensieri catastrofici ricorrenti, quali la convinzione di impazzire, di morire o di perdere il controllo, e comportamentale, quali il tendenziale evitamento e la proverbiale immobilizzazione, che impediscono alla persona di esporsi e verificare le sue angosce e le sue credenze terrifiche. Più che i sintomi in sé quindi, sono le tentate soluzioni e i corollari comportamentali di gestione della sintomatologia a rendere il disagio clinicamente rilevante e a contribuire a strutturare un disturbo.
Il bisogno di aiuto e protezione nell’affrontare le situazioni che generano ansia, che solitamente alimenta il senso di impotenza, di dipendenza dall’altro e di deriva, e il desiderio di fuga da esse, all’interno dell’intervento psicoterapico, integrato in alcuni casi al supporto farmacologico sotto la supervisione di uno specialista, vengono accolti e canalizzati dentro un processo di soggettivazione orientato alla restituzione alla persona del senso di competenza di sé e al recupero di una traiettoria consapevole della sua esistenza.