Di relazioni è intrisa la nostra vita. Esse discendono dalle diverse sfere della nostra esistenza, la dimensione personale, che racchiude i membri della famiglia d’origine, il partner, eventualmente i figli, gli amici, i conoscenti, e la dimensione professionale, contraddistinta dai colleghi di lavoro, sono legate al presente o al passato, a una scelta, un vincolo di sangue o un obbligo, possono essere talvolta inevitabilmente dolorose, ma tendenzialmente dovrebbero essere nutrienti o almeno non lesive del benessere individuale. I legami sono una protezione dall’instabilità, ma a sua volta possono essere fonte di essa, infatti ogni legame, pur con diversa intensità emotiva, inevitabilmente prevede per ogni individuo una complessa trama di gestione di esso. Può non essere banale distinguere, nell’ampia rete di relazioni in cui siamo immersi, quali siano trasformative, quali fondamentalmente danneggianti.

Sempre più spesso si sente parlare di “tossicità” delle relazioni per intendere tutte quelle situazioni, trasversali ai diversi contesti dell’individuo, in cui la relazione, piuttosto che essere contraddistinta da reciprocità, scambio e arricchimento, si trasforma in progressiva prigione che svuota di valore l’individuo, contrae il personale margine di crescita e di espressione, fa percepire sfumati i fisiologici confini identitari di garanzia fra le persone e provoca dipendenza.

In ambito professionale può capitare di trovarsi in un cosiddetto “clima irrespirabile”, contrario a quella ormai diffusa cultura organizzativa orientata alla valorizzazione e alla cura della qualità della vita lavorativa, in cui avvengono vessazioni più o meno velate, in cui serpeggiano attitudini distruttivamente competitive, caratterizzate da smania di esibizionismo e mancanza di tolleranza alle critiche, da parte di superiori o figure di pari grado, che talvolta utilizzano la cornice lavorativa come palcoscenico per slatentizzare i propri demoni interiori ribaltando l’ottica di fondo, di promozione delle risorse del gruppo di lavoro, di cooperatività e di supporto al senso di appartenenza all’azienda, che dovrebbe animarli. Essere proattivi nel proprio raggio di competenza professionale, riconoscere sia le proprie potenzialità che le personali aree di limite, costruire relazioni positive nel gruppo di lavoro e ritagliarsi una traiettoria definita nella vita organizzativa dentro un’ottica di crescita personale sono azioni a contrasto del possibile disagio del proliferare di relazioni tossiche sul luogo di lavoro.

Se poi ci spostiamo nella cornice delle relazioni affettive frequentemente si incorre in terminologie quali “manipolatore affettivo e vittima” oppure “dipendenza affettiva”, che indicano una condizione di collusione fra i due elementi del sistema che rendono la relazione autolesiva e blindata dentro un tunnel di sofferenza immutabile e senza fine, di richiesta crescente di conferme costanti, di inganni, ricatti affettivi, minacce abbandoniche, squalifiche strumentali, ansie insanabili, continuo esporsi all’incognita della mutevolezza del desiderio dell’altro. Esistono alcuni comportamenti disfunzionali all’interno delle dinamiche relazionali cosiddette tossiche che sono ormai entrati nel linguaggio comune: il “ghosting”, comportarsi come un fantasma, ovvero una intenzionale imprevedibilità della presenza e dell’assenza nella relazione, il “love bombing”, cercare di impressionare, spesso con attenzioni smodate e plateali in alternanza a fasi di assoluta scotomizzazione dell’altro, il “benching”, tenere in panchina, mantenere legato a sé qualcuno solo per mero scopo strumentale di evitamento dalla solitudine, pur non avendo alcuna intenzione di avere una progettualità di coppia di fondo, lo “stashing”, tenere il partner in segreto, dentro una bolla di isolamento, scisso dalle altre sfere dell’esistenza.

Talvolta le relazioni giungono ad una condizione di “quieta infelicità” che induce a subire l’altro e a tollerare qualsiasi forma di prevaricazione, pur di non sperimentare una temibile condizione di assenza dell’altro e quindi di solitudine. Quando l’altro comincia ad essere connotato come unica fonte del proprio benessere e della propria sicurezza sostitutiva, come antidoto per anestetizzarsi dai propri dolori è necessario compiere un processo di individuazione per ritrovare la propria bussola interiore. Dobbiamo ricordarci che in realtà il potere della relazione è anche nelle nostre mani, non siamo vittime ma artefici del nostro destino, pertanto lavorare su noi stessi, sui desideri, sui progetti, sulle paure legate alla solitudine, sulla sensazione di non essere indipendenti, è la strada maestra per quel processo di crescita personale che ci consente di nascere psicologicamente come individui adulti differenziati e maggiormente pronti per poter intessere una relazione affettiva alla pari o per ri-orientarla in modo vitalizzato nella direzione rispondente anche ai propri bisogni e desideri dentro un flusso di reciprocità teso alla costruzione di un’autentica intimità.

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nello scoprire nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Marcel Proust

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *