La solitudine, da esercizio di connessione con se stessi a rischio di deriva depressiva
Si nasce soli e si muore soli, così si dice talvolta per connotare l’esistenza umana, per quanto immersi dentro una rete di relazioni siamo individui il cui vissuto resta peculiarmente nostro e solo nostro nel corso delle esperienze che avvengono nella nostra vita. Allo stesso tempo però siamo anche animali sociali e quindi ci nutriamo di relazioni e pertanto siamo tendenzialmente animati da movimenti volti a tessere scambi e connessioni con gli altri. Nella società attuale, fortemente impregnata dalle nuove tecnologie di cui ormai non possiamo più fare a meno, esistono numerose formule di interazione con l’altro, che progressivamente assottigliano quelle io-tu dal vivo a favore di quelle virtuali, il vissuto che ne deriva può alimentare o combattere quel senso di solitudine che spesso pervade la nostra vita quotidiana.
Non bisogna però confondere il vissuto di solitudine alla base della sofferenza legata a serie derive psicopatologiche come la depressione, con la competenza a star soli, sinonimo di autonomia emotiva e di buon esito del processo di svincolo dalla propria famiglia d’origine, che ogni adulto dovrebbe aver sviluppato nell’arco della sua vita e che rappresenta il presupposto per potersi avvicinare in modo sano alle relazioni affettive adulte, da persona a persona, senza anteporre in modo cieco e totalizzante la ricerca di compensazione ai propri bisogni insoddisfatti, che ognuno di noi si porta in eredità dall’esperienza come figlio nella propria famiglia d’origine.
La solitudine è una condizione mentale che presuppone una duplice cornice: può rivelarsi costruttiva, se voluta e ben gestita, ma può anche trasformarsi in una condizione di forte sofferenza. Infatti può trascendere in un vissuto di essere soli al mondo, di impossibilità di poter contare sull’altro o di poter costruire un legame di fiducia e intimità, spesso però sono proprio angosce legate allo stare in relazione con l’altro che generano un’attitudine di chiusura e di evitamento che conduce a quell’isolamento sociale che poi in modo ricorsivo contribuisce al sussistere del senso di vuoto e di solitudine.
Pochi disturbi hanno un impatto sulle relazioni umane paragonabile a quello della depressione: gli interessi e gli affetti, il lavoro, la vita sociale, il rapporto di coppia vengono letteralmente stravolti dai sintomi depressivi e dalle ricadute comportamentali.
Ognuno di noi si trova ad attraversare momenti di tristezza nel corso della sua vita, la tristezza è un sentimento intrinseco alla natura umana che attiva la possibilità di farci entrare in contatto diretto con la nostra essenza: ci consente di fermarci per riflettere sui nostri limiti, sui nostri errori, portandoci a rettificarli, ci fornisce il tempo necessario per stare con il dolore al fine di superarlo, ci aiuta ad imparare a ridimensionare grandiosità ed egoismo, che ci allontanano dal nostro mondo interiore e da rapporti veri ed autentici con gli altri. Ultimamente la parola tristezza è quasi scomparsa nell’uso corrente, pertanto tutti i disordini psicologici vengono facilmente classificati sotto la voce “depressione”, generando una certa confusione rispetto ai confini fra tristezza e stato depressivo. Di fatto è possibile che in taluni casi la tristezza si trasformi davvero in un assetto più duraturo e pervasivo, anche senza l’innesco di uno specifico evento critico legato alla perdita o alla mancanza, al punto che la persona può sviluppare “un male di vivere” generalizzato, con una sintomatologia che esula dal senso di tristezza e che soprattutto impatta in modo grave sul suo funzionamento nelle varie aree di vita. Ci sono alcuni segnali da cogliere, in noi stessi o nelle persone significative che ci circondano, che denotano lo sconfinamento in vissuti propriamente depressivi: la perdita di interesse e di piacere nelle attività che precedentemente venivano svolte con gratificazione e passione, la cosiddetta anedonia, con conseguente progressivo ritiro dalla vita sociale, la diminuzione dell’energia, del sonno e dell’appetito in una forma di deficit costante e non passeggero, l’autosvalutazione e la perdita di speranza nel futuro, con pensieri autocritici e rigide convinzioni di inadeguatezza, sentimenti di colpa e di disprezzo verso se stessi, un pessimismo diffuso con relativo vissuto di disperazione e impotenza fino a pensieri di morte e infine la ridotta capacità attentiva con difficoltà di concentrazione, di memoria e disturbi del pensiero, la persona è pervasa da un vuoto mentale e da un rallentamento ideativo.
La depressione è un vero e proprio disturbo dell’umore che, se non trattato, può diventare cronico e sviluppare un’escalation di conseguenze pericolose per la vita della persona, pertanto è necessario rivolgersi tempestivamente a un professionista della salute mentale, in ogni caso è essenziale ricordare che non dobbiamo affrontare questi momenti in solitudine, cercare il supporto di un professionista come uno psicoterapeuta permette di esplorare le cause più profonde del malessere e fornisce strumenti concreti per gestirlo evitando che la crisi si trasformi in una fonte cronica di disagio.